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Cosa si nasconde ne Lo Scaffale Segreto?

libro volanteChi ama i libri e non smetterebbe mai di parlarne e di leggerne da pochi mesi può trovare nel sito della Libreria Hoepli di Milano uno spazio di suggerimenti, Lo Scaffale Segreto: un luogo virtuale in cui richiamiamo all’attenzione dei lettori libri di valore, libri “belli”, molto apprezzati da chi ve li presenta (e sicuramente da tanti altri), ma spesso non facilmente visibili nelle librerie fisiche e online a causa del tumultuoso turnover sugli scaffali. Questi libri hanno infatti una caratteristica: non sono novità.

Talvolta invece proponiamo titoli recenti che, anche se hanno già trovato qualche apprezzamento sulle pagine dei quotidiani e dei settimanali, a nostro parere vanno considerati con un occhio di particolare riguardo.

Insomma, ne Lo Scaffale Segreto, in seconda fila rispetto ai bestseller, vi ricordiamo alcuni evergreen o vi segnaliamo quelli che potrebbero diventarlo. Libri di cui talvolta non ricordiamo i titoli o dei quali addirittura non abbiamo mai sentito parlare. Ne proponiamo circa sei al mese, pochi per tutti quelli che meriterebbero di essere portati alla vostra attenzione, tanti per trovare il tempo di leggerli per la prima volta o di riscoprirli.

A destra, accanto ai contenuti trovate due fotografie, che cambiano a ogni pubblicazione delle nuove schede, due volte al mese. Cosa rappresentano e perché le scegliamo? Non c’è una vera risposta: vogliamo rendere gradevole la nostra proposta; talvolta farvi sognare e talvolta divertirvi.

Prossimamente su Lo Scaffale Segreto

Nel prossimo numero de Lo Scaffale Segreto, a metà marzo, Veronica Fallini suggerisce di David Vann il recente Da dove vengono i sogni, un romanzo psicologico ambientato in Alaska; Carlo Martegani ci parla di un libro di Michel Tournier appena ristampato da Einaudi, Venerdì o il limbo del Pacifico; per il terzo titolo vieni a visitare Lo Scaffale Segreto il 15 marzo.

Alla fine della strada: il mondo, la vita, i libri

Alla fine della strada c’è sempre una scoperta. Ci piacerebbe accompagnarvi in questo viaggio alla ricerca di nuove suggestioni: del libro che non conoscevate e che potrebbe illuminare una piccola parte del vostro percorso; del racconto che assomiglia un po’ alla vostra vita e che vi può aiutare un tantino a viverla; del romanzo che vi spalanca un mondo, nuovo e misterioso, o piccolo e simile al vostro.

Per tutto questo, vi chiediamo di leggere i nostri suggerimenti con condiscendenza: come si ascolta un vecchio amico che vuole raccontarci una bella storia. E che magari può arricchirci o darci uno spunto per accompagnarci alle nostre nuove passioni…

Schede recenti

1
mar

LA FORZA DELLE COSE di ALEXANDER STILLE

LA FORZA DELLE COSEIn questa sua ultima opera, uscita in contemporanea negli USA e in Italia, l’autore, con uno sforzo doloroso ma anche con una grande carica di ironia, di saggezza e comprensione, racconta la storia di suo padre Ugo Stille e della madre Elizabeth Bogert, come l’ha vissuta da figlio durante l’infanzia, l’adolescenza e poi l’età adulta e come l’ha indagata negli ultimi anni della loro vita sia con la richiesta di notizie ai genitori ormai malati e deboli, sia con le testimonianze scritte trovate tra le loro carte. Chi erano Ugo Stille ed Elizabeth Bogert? Lui fu un grande giornalista la cui carriera culminò nella direzione del Corriere della Sera dal 1987 al 1992. Ma questo nome nacque in una seconda vita, il nome “vero” se così si può dire era Mikhail Kamenetzki (per tutti gli amici Misha), nato a Mosca nel 1919 da una famiglia ebraica fuggita dalla Russia comunista e giunta fortunosamente in Italia. Anni dopo, laureatosi in filosofia col filosofo fascista Giovanni Gentile, e maturando ideali antifascisti che condivideva con personaggi ben noti, scelse il nome di Ugo Stille (condiviso, per motivi che potrete conoscere leggendo la storia, col suo migliore amico Giaime Pintor, il quale morì da partigiano nel 1943 dilaniato da una mina mentre tentava di passare le linee nemiche per raggiungere Roma). Misha dovette fuggire di nuovo con padre, madre e sorella dall’Italia delle leggi razziali. Una fuga resa quasi impossibile sia dalla burocrazia fascista sia dall’antisemitismo degli Stati Uniti di quell’epoca che compare tante volte nel libro. Le vicissitudini per ottenere il visto dall’Italia per gli USA in tempi in cui il ritardo di un mese o di un giorno poteva segnare il limite tra vita e morte fanno accapponare la pelle. Dagli Stati Uniti tornò in Italia e arruolato nell’esercito americano partecipò alla risalita e alla liberazione della penisola, da Palermo, a Napoli, a Milano a Torino esercitando la funzione di giornalista alla radio. Come contropartita, negli Stati Uniti ottenne la cittadinanza e il definitivo nuovo nome Ugo Stille. Il figlio Alexander descrive con arguzia e contemporaneamente con serietà nella sua grandezza e debolezze questa straordinaria figura di giornalista che vive perennemente in pigiama circondato da libri e giornali “che si accatastavano come mucchi di neve durante una bufera. In un mondo in cui ogni giorno nevicava carta stampata”, fumando sei pacchetti di sigarette al giorno, urlando con sfuriate continue e memorabili contro la moglie (in realtà giungeva a umiliarla e a picchiarla). E, specchio dei tempi di circa 60 anni fa, dettando ogni giorno il suo pezzo al telefono da New York al Corriere della Sera di Milano. Poi, divenuto direttore del Corriere, si trasferì a Milano. La sua figura è continuamente interpretata dal figlio alla luce della sua appartenenza all’ebraismo, realtà pressoché taciuta alla futura moglie fino al momento in cui lei glielo chiese apertamente dovendo poi quasi giustificarlo alla sua famiglia. Non per niente Misha, che aveva il passaporto USA e quello italiano, quando dall’Italia tornava negli States lasciava il passaporto italiano a una amica milanese temendo che la polizia aeroportuale americana non capisse il perché di questo suo possesso! Del resto anche i nonni paterni di Alexander Stille avevano taciuto la loro identità ebraica ai figli Michael e alla sorella Lally praticamente fino alla promulgazione delle leggi razziali fasciste.

Ma il sottotitolo del libro è “un matrimonio di guerra e pace tra Europa e America” e l’autore dà lo stesso spazio fisico ed emotivo all’affascinante figura della madre Elizabeth, americana colta, intelligente e bellissima, vera WASP (il termine significa White Anglo-Saxon Protestant), interrogandola nei lunghi anni di malattia sulla sua vita personale, sui rapporti con la famiglia di origine e col marito Misha. “Nel comodino della camera da letto di mia madre c’era un sacchetto di lana azzurra chiuso da un cordino. Dentro c’erano le lettere d’amore tra lei e mio padre: qualcosa come diciotto telegrammi e sette lettere. La maggior parte delle lettere erano scritte da lei, i telegrammi erano scritti da mio padre…Avendo visto pochi segni di cordialità e men che meno di passione [tra i genitori], è stato bello per me scoprire – scrive Alexander – che un tempo le cose erano andate diversamente”. I due si erano conosciuti a una festa in onore di Truman Capote dove lei era andata col primo marito (un intellettuale e artista anche lui ebreo) e ne erano usciti praticamente fidanzati per poi sposarsi breve tempo dopo in seguito a un divorzio lampo dal primo marito alle Isole Vergini.

Alexander Stille, nato nel 1957 a New York, insegna giornalismo internazionale alla Columbia University, collabora con diversi importanti giornali americani e con Repubblica ed è autore di diversi libri spesso riguardanti la realtà politica e sociale dell’Italia. Di questo autore abbiamo già presentato nello Scaffale Segreto il capolavoro Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo, ristampato da pochi mesi da Garzanti.

In due parole: due biografie (tre con quella in controluce dell’autore) in cui si intrecciano affascinanti mondi, quello europeo e americano, lungo il secolo scorso..

Scheda di SUSANNA SCHWARZ

ALEXANDER STILLE
LA FORZA DELLE COSE

Traduzione a cura di Stefania Cherchi
Editore: GARZANTIAGGIUNGI AL CARRELLO
Numero di pagine: 420
Prezzo: € 24,00
NICEPRICE € 20,40 – SCONTO -15%


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1
mar

LO STRANIERO di ALBERT CAMUS

LO STRANIEROLo straniero è considerato da molti il capolavoro letterario di Camus (1913-1960; premio Nobel 1957). Già l’incipit è uno fra i più celebri di tutta la letteratura del ’900: “Oggi è morta mia mamma. O forse ieri, non so”. Scritto a soli 29 anni e ambientato in quell’Algeria dove Camus nacque, Lo straniero è un romanzo intriso di profonda umanità ma anche radicale e spietato per quell’indifferenza bruciante e assoluta che lo pervade. Il protagonista è un giovane francese, Meursault (M.), il quale al funerale della mamma, morta nell’ospizio in cui era ricoverata e presso cui egli si reca, dà a tutti la sensazione di non essere rimasto davvero turbato per quella morte, assiste a quel funerale, non vi partecipa. Egli appare, da subito, come fosse uno “straniero”, cioè un estraneo a tutto. E M. non fa niente per allontanare da sé questa impressione perché egli fondamentalmente si sente proprio così: un estraneo verso il mondo e la società ed è per questo che vive rinchiuso e isolato in quella sua indifferenza, inerme ma anche inerte. M. sarà così anche con Maria, una giovane donna conosciuta poco dopo, con cui ha una relazione ma senza provare vero amore e lo sarà anche con quegli amici che frequenta con distaccata indolenza e con cui un giorno va in spiaggia dove in modo fortuito e assurdo uccide un arabo. Messo in prigione M. verrà processato e nonostante gli sforzi del suo avvocato e gli argomenti a suo favore che pure potrebbe addurre egli non farà niente per difendersi e salvarsi e verrà condannato a morte. Rifiuterà anche il perdono attraverso Dio, allontanando il prete che lo va a visitare. Eppure, in questa apparente insensibilità, M. non è un uomo arido, votato all’autodistruzione, ma è un uomo che afferma con quel suo grido muto il suo diritto a esistere così com’è. A essere accettato per come egli è senza che questo configuri una colpa e susciti giudizi morali. L’indifferenza di M. è indifferenza alle “regole del gioco” che vorrebbero che lui dicesse e facesse quello che gli altri vorrebbero. Sono la sua mancanza di contrizione, di rimorsi, di senso di colpa, di pentimento, di rispetto del conformismo che danno fastidio in lui e che lo condanneranno. È il suo rifiuto di fingere a renderlo insopportabile. Non è il suo delitto che verrà punito in quel processo ma è lui come uomo. M. esprime quindi una volontà di liberazione che rimette al centro l’umano nella sua essenzialità e, in questo senso, fu lo stesso Camus a declinare con chiarezza questo punto: “M. non è un relitto, ma un uomo povero e nudo. Lungi dall’essere privo di qualsiasi sensibilità è attanagliato dalla passione dell’assoluto e della verità… Avevo provato a raffigurare nel mio personaggio l’unico Cristo che meritiamo”. In M. quindi non c’è disprezzo per la vita, egli sta al mondo finché può, ma a modo suo ed è proprio quella sua ostinazione che lo rende vivo, seppure senza illusioni e nel più totale disincanto: “liberato dalla speranza” e aperto “alla dolce indifferenza del mondo” come lui stesso dice. E quella perdita dell’innocenza che tale appare agli occhi del mondo contiene un fondo di innocenza assoluta, perché M. è quanto di più lontano ci possa essere dalla violenza e da ogni sua forma. È il luccichio della lama del coltello che l’arabo mulina di fronte a lui, sotto quel sole accecante e senz’ombra che induce M. a sparare e a ucciderlo. Ma questa è una reazione, non è un atto di volontà. M. infatti non prova alcuna colpa non solo perché è estraneo a quella colpa ma perché è e sa di essere un puro e proprio perché sa di esserlo non ha bisogno di dirlo. In conclusione M., che appare a tutti come un uomo privo di coscienza, pagherà proprio per aver voluto fino in fondo affermare e rispettare la sua coscienza, perché, come ha affermato Claudio Magris in un suo articolo, Camus ci insegna che “è con un no, con una posizione “contro” qualcosa che cominciano la libertà e la dignità”.

In due parole: uno dei grandi romanzi del ’900, asciutto ed essenziale nella forma, profondo e alto nei contenuti.”

Scheda di RAFFAELE SANTORO

ALBERT CAMUS
LO STRANIERO

Traduzione a cura di Alberto Zevi
Editore: BOMPIANIAGGIUNGI AL CARRELLO
Numero di pagine: 176
Prezzo: € 8,90
NICEPRICE € 7,57 – SCONTO -15%


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1
mar

AUSTERLITZ di WINFRIED G. SEBALD

AUSTERLITZCon lo scrittore tedesco W.G. Sebald (perito in un incidente d’auto nel 2001, a soli 57 anni) siamo ai piani alti della letteratura. A un primo approccio può sembrare autore addirittura scostante o noioso: non concede molto al lettore, la sua pagina non conferma certezze, luoghi comuni, aspettative (elementi alla base dei grandi successi editoriali di oggi): qui non assimiliamo il libro a noi stessi, non restiamo chiusi nel cerchio dell’identico, al contrario: siamo sempre spiazzati e, come in ogni vera lettura che si rispetti, facciamo veramente esperienza dell’altro e del mondo.

Per questo i libri di Sebald (il primo a farlo conoscere in Italia fu Bompiani; ormai è edito quasi tutto da Adelphi, nelle splendide traduzioni di Ada Vigliani) non sono, all’inizio, di facile lettura, anzi, richiedono pazienza, dobbiamo imparare a “entrare” in questa scrittura limpida, precisa, esatta come quella di Musil e nello stesso tempo ipnotica, avvolgente, sinuosa come uno scialle di lana, o come le sciarpe di nebbia sui monti, in autunno. Sebald è scrittore autunnale, un po’ umbratile, che attraverso una sorta di elegiaca svagatezza ci può condurre a una metafisica della storia come processo distruttivo, come il cumulo di rovine su cui vola un angelo volto all’indietro: l’Angelus Novus di Klee nell’interpretazione di Benjamin.

Nemmeno questo Austerlitz, con Gli emigrati forse il più “romanzesco” di tutti i suoi libri, anche se è impossibile distinguere nelle sue opere il confine sempre mobilissimo fra invenzione e realtà, ha un ingresso facile. Ma se appena ci si abbandona al ritmo inconfondibile della prosa di Sebald, alla musica di quel suo alter ego che è l’io narrante di tutti i suoi libri, si viene presto catturati. E giunti alla fine vorremmo ascoltare ancora e ancora la voce dolente di Austerlitz, il protagonista di questo straordinario romanzo, che in lunghi monologhi, riportati dal narratore in discorso indiretto, a volte addirittura a incastro, cerca di ripercorrere la sua esistenza di apolide della vita. Di origini ebraiche, professore universitario di storia dell’architettura, erudito, grande camminatore, sempre con lo zaino in spalla, come Wittgenstein, cui pure un po’ assomiglia, solitario e ascetico, Jacques Austerlitz non sa nulla della sua infanzia e della sua famiglia biologica. Sa di essere stato adottato da un pastore inglese (il predicatore calvinista Emyr Elias) e da sua moglie Gwendalyn, di esser cresciuto nel Galles, di aver pensato per anni di chiamarsi Dafydd Elias e di aver appreso il suo vero nome solo ai tempi del college. Poco per volta (questo è il romanzo) ricostruisce il suo passato di figlio di ebrei cechi, arrivato in Inghilterra da Praga, caricato su un treno alla vigilia dell’ingresso in città delle truppe naziste, saprà che il padre si era rifugiato a Parigi e che la madre, attrice di teatro, non era riuscita a raggiungerlo in tempo, ed era morta nel lager di Terežin. I ricordi, vaghissimi, sono più che altro immagini che Austerlitz “racconta”, cioè descrive, in incontri successivi e apparentemente casuali, all’io narrante e, per tramite di questo, al lettore. Ma quanto più rintraccia il filo della propria infanzia e della propria famiglia, della propria storia, tanto più Austerlitz sembra cancellarsi dall’esistenza e come nella leggenda dell’ebreo errante Ahasvero sembra condannato a un eterno pellegrinaggio nella memoria, escluso dalla vita vissuta.

Perché il tempo, per Sebald, non è durata, come in Bergson, e quindi non è “ritrovato”, come in Proust, non può cioè integrarsi nell’esistenza del protagonista che faticosamente lo ricostruisce, come un puzzle. Il tempo per Sebald non esiste, se non come spazio: a un certo punto, parlando della sua ricerca, Austerlitz dice: “Ho sempre più l’impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano soltanto spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda della loro disposizione d’animo”. Perciò Sebald correda tutte le sue narrazioni di numerose fotografie che non sono mai solo di accompagnamento/commento al testo ma ne fanno parte integrante, ne sono come delle ramificazioni.

Così come le meticolose descrizioni di luoghi e monumenti, urbani o sperduti nella campagna, gemmano al proprio interno microracconti fondati essenzialmente su resoconti visivi, cioè non su azioni ma ancora una volta su immagini che restano impresse nella memoria del lettore (a esempio, qui, l’esilarante “racconto” della nuova Biblioteca Nazionale di Parigi).

In due parole: È ancora possibile la grandezza letteraria? L’opera di W.G. Sebald è una delle poche risposte. (Susan Sontag)

Scheda di GIANANDREA PICCIOLI

WINFRIED G. SEBALD
AUSTERLITZ

Editore: ADELPHIAGGIUNGI AL CARRELLO
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 12,00
NICEPRICE € 10,20 – SCONTO -15%


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15
feb

L’UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI di JEAN GIONO

L'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”.

Alcuni giorni fa assisto a un breve servizio televisivo. Intervistano un raccoglitore di semi vegetali, lo fa per passione e per lavoro. Costruisce una banca dei semi che poi coltiva in un suo piccolo appezzamento di terra e che scambia con altri coltivatori per preservare e riprodurre piante in via di estinzione. Piccolo flash analogico. Alta Provenza. Jean Giono. L’uomo che piantava gli alberi. Breve racconto scritto nel 1953 ma pubblicato solo nel 1973. La prima edizione italiana fu pubblicata dal glorioso editore Vanni Scheiwiller. Il racconto inizia durante la Prima guerra mondiale in un paesino dell’Alta Provenza francese. Il narratore un giorno conosce un vecchio pastore, Elzéard Bouffier, che vive del tutto isolato, pascola le sue greggi indifferente e lontano dai tragici avvenimenti di quei giorni nel mondo. Ha modo di osservarlo nel suo semplice tenore di vita e si accorge che il vecchio Elzéard, ogni giorno, raccoglie e seleziona un centinaio di ghiande che semina durante la notte. Il narratore non capisce subito l’importanza di questo rituale che si ripete tutti i giorni. Nell’incalzare dei tragici avvenimenti della guerra, il narratore partito per il fronte, travolto dalla violenza in cui gli uomini si uccidono tra loro, assediati dalla fame, dalla paura e dal freddo, dimentica il semplice pastore Elzéard e la sua abitudine. Finalmente la guerra finisce e il giovane ritorna nella sua vecchia e bella Alta Provenza, nel suo paese. È un ritorno alla vita e alla gioia di vivere, ma non ritrova Elzéard che, perlomeno fisicamente, se n’è andato, e con stupore scopre che, nel luogo dove sorgeva la capanna del pastore, come per miracolo si innalza una grande foresta di querce. Due elementi del racconto: la guerra con la sua distruzione e la ricostruzione dell’uomo e della natura. Giono ci consegna un messaggio di speranza e di saggezza: la vita attraverso l’uomo e gli elementi naturali si apre sempre un cammino nel proseguire, nell’avanzare, nel rigenerarsi. In questo caso con gli alberi, come polmoni della terra, soffio vitale verso il cielo e la vita.

L’opera di Jean Giono (1895-1970) comprende una trentina di romanzi e racconti e altrettanta saggistica in cui descrive l’uomo nel mondo in relazione alla natura.

In due parole: seminiamo oggi per raccogliere domani.

Scheda di CARLO MARTEGANI

JEAN GIONO
L’UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI

Traduzione a cura di Luigi Spagnol
Editore: SALANIAGGIUNGI AL CARRELLO
Numero di pagine: 64
Prezzo: € 10,00
NICEPRICE € 8,50 – SCONTO -15%


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15
feb

SE LA VITA TI DÀ UNO SCHIAFFO di IVAN DELLA MEA

SE LA VITA TI DÀ UNO SCHIAFFOCantautore, scrittore e sceneggiatore, Della Mea, nato Luigi nel 1940 e battezzatosi in proprio Ivan, sfugge a una rapida classificazione, d’altra parte come egli stesso ebbe a dire “è sempre da imbecilli dare delle etichette”. Cosa certa è che mai si troverà il suo nome nelle liste di quella società delle apparenze che va sotto la definizione di star system, assenza cercata e voluta, sovente a dispetto delle cose. La sua lucidità, la sua coerenza, la sua fermezza, il suo antagonismo e spesso le sue rabbie lo vorrebbero solo “intellettuale”. E stop. Intellettuale che vuol dar corpo al proprio pensiero nelle forme che meglio gli garbano: ora le canzoni (la sua produzione più importante), ora gli articoli, i romanzi, la militanza o l’attività culturale incrollabile e preziosa.

Se la vita ti dà uno schiaffo è un’autobiografia anomala, opera che negli intenti non vuol essere testamentaria ma che per ennesimo e definitivo schiaffo lo diventa perché stampata pochi giorni prima della morte. Ancora una volta ciò che si impone, che spira dalle pagine di questo ultimo scritto è la voce di Ivan Della Mea, non in forma di musica questa volta, ma di sole parole. Parole personali, giustapposte a seguire l’estro emotivo, lo scorrere delle cose, l’inventario di esperienze di vita. La voglia di ricordare, forse prima di tutto a se stesso, la propria esistenza abbandonando la logica della cronologia e abbracciando solo l’anarchia del vissuto emotivo. Il tentativo di ricostruire la propria storia che inevitabilmente finisce per essere la storia della propria famiglia, il disegno di un albero genealogico che assomiglia più a un cespuglio fitto di spine e di intrichi. Non c’è quindi da aspettarsi un racconto ordinato, chiaro, ma un parlar di sé così come viene, senza progetto. Come dice già da principio l’autore: “Infine, il mio modo di scrivere è assai armonico al caos entropico di questi narrati ed è l’unico per me possibile: nessuno sa e dunque nessuno può scrivere come me: non si tratta di un giudizio di merito, è soltanto la definizione del tipo di uno strumento come la scrittura; insomma solo io so scrivere come io”. In questo caos Luigi Della Mea sceglie di raccontare a se stesso Ivan brandelli della propria vita, spesso già riverberati nelle leggende di famiglia o talvolta così duri che si vorrebbero solo raccontati perché successi a qualcun altro. Il filo che stringe tutti i rapporti, le storie e le esperienze che fanno l’uomo Ivan è la figura del fratello maggiore Luciano, esempio di impegno e militanza e unico punto saldo di una famiglia sparpagliata come poche.

Starebbe allora a noi cercare di stilare un elenco delle “cose fatte” da Ivan Della Mea. Da dove cominciare però? Autore di poesia in forma di musica (in dialetto milanese e in lingua), cofondatore del Nuovo Canzoniere Italiano, direttore dell’Istituto De Martino per la conservazione della tradizione orale del nostro Paese, scrittore (Il sasso dentro, Se nasco un’altra volta ci rinuncio, Accadde a Tuscamelot), giornalista su Unità, Manifesto e Liberazione ecc. ecc. ecc.

Chi non lo conoscesse ancora sappia che scoprire il mondo di Ivan Della Mea è ritrovarsi e respirare aria di montagna dopo tanto smog. Chi lo conosce invece sa che Ivan Della Mea era una voce, limpida sopra urla e brusii.

Benché attaccata con poca colla, mi si perdoni l’etichetta.

In due parole: per conoscere uno scrittore di cui si è parlato ancora troppo poco, per ritrovare un poeta, per salutare un uomo.

Scheda di ANDREA TOGNASCA

IVAN DELLA MEA
SE LA VITA TI DÀ UNO SCHIAFFO

Editore: JACA BOOK AGGIUNGI AL CARRELLO
Numero di pagine: 156
Prezzo: € 14,00
NICEPRICE € 9,10 – SCONTO -35%


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